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Ecomafia 2013

Ecomafia fattura quasi 17 mld, oltre 34.000 reati

Legambiente presenta Ecomafia 2013, Nomi e numeri dell’illegalità ambientale

16,7 miliardi di euro di fatturato, 34.120 reati accertati, 28.132 persone denunciate, 8.286 sequestri effettuati. Aumentano i clan coinvolti (da 296 a 302), quadruplicano i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose (da 6 a 25), salgono gli incendi boschivi, cresce l’incidenza dell’abusivismo edilizio e soprattutto la piaga della corruzione con il raddoppio delle denunce e degli arresti.“Il business della criminalità organizzata non conosce recessione e, anzi, amplia i suoi traffici con nuove rotte e nuove frontiere” “Con una lungimiranza e una profondità che politici, imprenditori, istituzioni e cittadini spesso non hanno o fanno finta di non avere, (le mafie) sono riuscite a fare sistema penetrando in tutti i settori della nostra esistenza in maniera globale e totalitaria”.Carlo Lucarelli, Prefazione rapporto Ecomafia 2013 di Legambiente

34.120 reati, 28.132 persone denunciate, 161 ordinanze di custodia cautelare, 8.286 sequestri, per un giro di affari di 16,7 miliardi di euro gestito da 302 clan, 6 in più rispetto a quelli censiti lo scorso anno. I numeri degli illeciti ambientali accertati lo scorso anno delineano una situazione di particolare gravità. Il 45,7% dei reati è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia) seguite dal Lazio, con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e dalla Toscana, che sale al sesto posto, con 2.524 illeciti (+15,4%). Prima regione del Nord Italia, la Liguria (1.597 reati, +9,1% sul 2011). Da segnalare per l’incremento degli illeciti accertati anche il Veneto, con un +18,9%, e l’Umbria, passata dal sedicesimo posto del 2011 all’undicesimo del 2012.

Crescono nel 2012 anche gli illeciti contro gli animali e la fauna selvatica (+6,4% rispetto al 2011), sfiorando quota 8.000, a una media di quasi 22 reati al giorno e ha il segno più anche il numero di incendi boschivi che hanno colpito il nostro paese: esattamente +4,6% rispetto al 2011, un anno orribile per il nostro patrimonio boschivo dato che aveva fatto registrare un picco del 62,5% rispetto al 2010. È la Campania a guidare anche quest’anno la classifica dell’illegalità ambientale nel nostro paese, con 4.777 infrazioni accertate (nonostante la riduzione rispetto al 2011 del 10,3%), 3.394 persone denunciate e 34 arresti. E il discorso vale sia per il ciclo illegale del cemento sia per quello dei rifiuti.

E’ un’economia che non conosce la parola recessione quella fotografata da Ecomafia 2013, il rapporto annuale di Legambiente realizzato grazie al contributo delle Forze dell’ordine, con prefazione di Carlo Lucarelli ed edito da Edizioni Ambiente, sulle storie e i numeri dell’illegalità ambientale in Italia, presentato oggi a Roma nel corso di una conferenza stampa che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, del Presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, del responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente Enrico Fontana, del procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano, del Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati Ermete Realacci e del Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati Donatella Ferranti.

Nel ciclo del cemento bisogna segnalare il secondo posto della Puglia, che per numero di persone denunciate risulta essere la prima regione d’Italia; la leadership tra le regioni del Nord della Lombardia; la crescita esponenziale degli illeciti accertati in Trentino Alto Adige, quasi triplicati in un anno; il balzo in avanti della Basilicata, che con 227 illeciti arriva al decimo posto (nel 2011 era quindicesima). Nel ciclo dei rifiuti spiccano l’incremento dei reati registrato in Puglia (+24%), al terzo posto dopo Campania e Calabria, e il quinto posto raggiunto dalla Sardegna. Anche in questa filiera  illegale la provincia di Napoli è al primo posto in Italia, seguita da Vibo Valentia, dove si registra un + 120% di reati accertati rispetto al 2011.

“Quella delle Ecomafie – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza  – è l’unica economia che continua a proliferare anche in un contesto di crisi generale. Che continua a costruire case abusive quasi allo stesso ritmo di sempre mentre il mercato immobiliare legale tracolla. Con imprese illegali che vedono crescere fatturati ed export, quando quelle che rispettano le leggi sono costrette a chiudere i battenti. Un’economia che si regge sull’intreccio tra imprenditori senza scrupoli, politici conniventi, funzionari pubblici infedeli, professionisti senza etica e veri boss, e che opera attraverso il dumping ambientale, la falsificazione di fatture e bilanci, l’evasione fiscale e il riciclaggio, la corruzione, il voto di scambio e la spartizione degli appalti. Semplicemente perché conviene e, tutto sommato, si corrono pochi rischi. Le pene per i reati ambientali, infatti, continuano ad essere quasi esclusivamente di tipo contravvenzionale e l’abbattimento degli edifici continua ad essere una eventualità remota. Anzi, agli ultimi 18 tentativi di riaprire i termini del condono edilizio si è anche aggiunta la sciagurata idea di sottrarre alle procure il potere di demolire le costruzioni abusive”.

L’incidenza dell’edilizia illegale nel mercato delle costruzioni è passata dal 9% del 2006 al 16,9% stimato per il 2013. Mentre le nuove costruzioni legali sono crollate da 305.000 a 122.000, quelle abusive hanno subito una leggerissima flessione: dalle 30.000 del 2006 alle 26.000 nel 2013. A fare la differenza sono ovviamente i costi di mercato: a fronte di un valore medio del costo di costruzione di un alloggio con le carte in regola pari a 155.000 euro, quello illegale si realizza con un terzo  dell’investimento, esattamente 66.000 euro. Non sarebbe comunque un buon affare se si corresse davvero il rischio della demolizione, ma si tratta di un’eventualità purtroppo remota: tra il 2000 e il 2011 è stato eseguito appena il 10,6% delle 46.760 ordinanze di demolizione emesse dai tribunali.

Una goccia nella vera e propria ondata di cemento abusivo che si è abbattuta sul nostro paese: dal 2003 al 2012 sono state 283.000 le nuove case illegali, con un fatturato complessivo di circa 19,4 miliardi di euro.

Ma la criminalità ambientale, oltre a coltivare i soliti interessi, sa anche cogliere tutte le nuove opportunità offerte dall’economia: l’Ufficio centrale antifrode dell’Agenzia delle dogane segnala che i quantitativi di materiali sequestrati nei nostri porti nel corso del 2012 sono raddoppiati rispetto al 2011, passando da 7.000 a circa 14.000 tonnellate grazie soprattutto ai cosiddetti cascami, cioè materiali che dovrebbero essere destinati ad alimentare l’economia legale del riciclo, che invece finiscono in Corea del Sud (è il caso dei cascami di gomma), Cina e Hong Kong (cascami e avanzi di materie plastiche, destinati al riciclo o alla combustione), Indonesia e di nuovo Cina per carta e cartone, Turchia e India, per quelli di metalli, in particolare ferro e acciaio.

Questi flussi garantiscono enormi guadagni ai trafficanti (coi proventi della vendita all’estero e il mancato costo dei trattamenti necessari per renderli effettivamente riciclabili) e un doppio danno per l’economia legale, perché si pagano contributi ecologici per attività di trattamento e di riciclo che non vengono effettuate e vengono penalizzate le imprese che operano nella legalità, costrette a chiudere per la mancanza di materiali. Come confermato dalle inchieste svolte in Sicilia sul “finto riciclo”, che hanno smascherato le nuove strategie criminali su questo fronte.

L’accentuata dimensione globale delle attività degli ecocriminali, la diversificazione delle loro attività, si accompagnano in maniera sempre più evidente con l’altra piaga che affligge il nostro paese: la corruzione. In costante e inarrestabile crescita. Secondo la Relazione al Parlamento della Dia relativa al primo semestre 2012, le persone denunciate e arrestate in Italia per i reati di corruzione sono più che raddoppiate rispetto al semestre precedente, passando da 323 a 704. E se la Campania spicca con 195 persone denunciate e arrestate, non sfigurano nemmeno la Lombardia con 102 casi e la Toscana a quota 71, seguite da Sicilia (63), Basilicata (58), Piemonte (56), Lazio (44) e Liguria (22). Di mazzette e favori si alimenta, infatti, quell’area grigia che offre i propri servizi alle organizzazioni criminali o approfitta di quelli che gli vengono proposti. Dal primo gennaio 2010 al 10 maggio 2013, sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori, esponenti politici e funzionari pubblici, sono servite a “fluidificare” appalti e concessioni edilizie, varianti urbanistiche e discariche di rifiuti. La Calabria è, per numero di arresti eseguiti (ben 280), la prima regione d’Italia, ma a guidare la classifica come numero d’inchieste è la Lombardia (20) e al quinto posto della classifica, dopo Campania, Calabria e Sicilia, figura la Toscana. Insomma, a “tavolino” si spartiscono appalti, grandi e piccoli, in quasi tutte le province italiane con un enorme danno per la collettività chiamata a sostenere oneri superiori a quelli che si sarebbero determinati nel rispetto della legge. Così, nel corso del 2012 il numero dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa è salito a 25 (erano 6 nel 2011).

Eclatante il caso Calabria: alla pervasiva presenza della ‘ndrangheta la Calabria i suoi cittadini onesti stanno pagando, da troppo tempo, un prezzo insostenibile, come dimostrano sia le inchieste condotte dalla magistratura tra il 2012 e i primi mesi del 2013 sia i decreti di scioglimento dei consigli comunali. Un quadro clamoroso di questa insostenibilità emerge dalle 232 pagine della relazione della commissione guidata dal prefetto Valerio Valenti, che ha portato allo scioglimento del comune di Reggio Calabria (9 ottobre 2012): la debolezza strutturale della macchina amministrativa ha rappresentato “un terreno fertile per la criminalità organizzata, nel tentativo di piegare al proprio tornaconto – anche per mera riaffermazione del principio del predominio territoriale – segmenti della amministrazione pubblica locale”. Ma il comune di Reggio è solamente l’apice di quello che si configura come un vero e proprio “caso Calabria”: nel corso del 2012 sono ben 11, su 25 totali, i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. E nei primi mesi del 2013 sono stati già sciolti tre comuni, tra cui, ancora, quello di Melito Porto Salvo, mentre in altri otto sono ancora al lavoro le commissioni d’accesso. E dalla Calabria la ‘ndrangheta ha inquinato ampio settori dell’economia di tutto il Paese, a partire dal ciclo del cemento e dei rifiuti, come dimostrano anche i recenti arresti avvenuti in Piemonte e Lombardia.

A completare il quadro, Ecomafia 2013 descrive anche l’attacco al made in Italy: nel 2012 (grazie al lavoro svolto dal Comando Carabinieri per la tutela della salute, dal Comando Carabinieri politiche agricole, dal Corpo forestale dello stato, dalla Guardia di finanza e dalle Capitanerie di porto) sono state accertati lungo le filiere agroalimentari ben 4.173 reati penali, più di 11 al giorno, con 2.901 denunce, 42 arresti e un valore di beni finiti sotto sequestro pari a oltre 78 milioni e 467.000 euro (e sanzioni penali e amministrative pari a più di 42,5 milioni di euro). Se si aggiungono anche il valore delle strutture sequestrate, dei conti correnti e dei contributi illeciti percepiti il valore supera i 672 milioni di euro. Il controllo delle mafie nasce dalle campagne, passa attraverso il trasporto e il controllo dei mercati ortofrutticoli all’ingrosso, e arriva alla grande distribuzione organizzata. La scalata mafiosa spesso approda poi nella ristorazione, dove gli ingenti guadagni accumulati consentono ai clan di acquisire ristoranti, alberghi, pizzerie, bar, che anche in questo caso diventano posti ideali dove “lavare” denaro e continuare a fare affari.

Anche per quanto riguarda la tutela del nostro patrimonio culturale alla minaccia dei clan si sommano altri interessi criminali, inettitudine e scarsa attenzione dei poteri pubblici, che lasciano troppe volte campo libero ai predoni d’arte. Secondo l’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr), la perdita del patrimonio culturale ci costa circa un punto percentuale del Pil, calcolando il solo valore economico e non anche quello culturale che non può essere calcolato. Nel corso del 2012 le forze dell’ordine hanno accertato 1.026 furti di opere d’arte (891 a opera dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale), quasi tre al giorno, con 1.245 persone indagate e 48 arrestate; e ancora 17.338 oggetti trafugati e ben 93.253 reperti paleontologici e archeologici recuperati, per un totale di oltre 267 milioni di euro di valore dei beni culturali sequestrati.

Il dovere della verità. Il 2 marzo del 1994, Legambiente presentava alla procura della Repubblica di Reggio Calabria l’esposto che avrebbe dato il via a una delle vicende più inquietanti legate ai traffici e agli smaltimenti illegali di rifiuti nella storia del nostro paese: quella delle cosiddette “navi a perdere”, o navi dei veleni per il presunto carico di scorie pericolose e radioattive, fatte affondare dolosamente nel Mediterraneo e in particolare al largo delle coste calabresi. Da allora non ci siamo mai stancati di chiedere che i fatti venissero accertati, soprattutto dopo la morte del capitano di fregata Natale  De Grazia, avvenuta il 12 dicembre 1995. Una richiesta che sentiamo il dovere di rinnovare, in maniera ancora più forte, grazie all’approvazione da parte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, di due relazioni di grande valore: quella del 5 febbraio 2013 sul caso De Grazia, e quella del 28 febbraio sul fenomeno delle “navi a perdere”, curate dal presidente della Commissione, Gaetano Pecorella e dall’onorevole Alessandro Bratti. L’impegno perché sia fatta luce sulla morte di Natale De Grazia avvenuta, come denuncia la stessa Commissione, per “causa tossica”,  deve essere il primo passo in direzione dell’accertamento più ampio della verità sulle cosiddette “navi a perdere” e sui possibili intrecci con altre vicende, come quelle dei traffici illegali di rifiuti in Somalia.

“I numeri e le inchieste riassunte in questo rapporto  – ha dichiarato il responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente Enrico Fontana – impongono, l’adozione di un pacchetto di misure indispensabili per contrastare in maniera decisamente più efficace la minaccia rappresentata dai fenomeni di criminalità ambientale che avvelenano il nostro paese. La prima proposta riguarda l’introduzione dei delitti ambientali nel nostro codice penale, con l’approvazione  del disegno di legge già licenziato dal governo Prodi nel 2007 e ripresentato in questa legislatura dal presidente della Commissione ambiente della Camera, Ermete Realacci, che consentirà alla magistratura e alle forze dell’ordine di intervenire in maniera adeguata perché frutto di un’attenta e obiettiva valutazione dei fenomeni criminali, delle loro cause e delle loro conseguenze. La riforma del sistema di tutela penale dell’ambiente, prevista peraltro dalla direttiva Ue 99 del 2008 “sulla tutela penale dell’ambiente”, che l’Italia ha formalmente recepito ma sostanzialmente disatteso, deve essere accompagnata da un’altra iniziativa legislativa non più rinviabile: l’introduzione di norme che rendano effettiva l’azione di contrasto dell’abusivismo edilizio con la definizione di tempi e modalità certe in cui censire ed eseguire le demolizioni; il rafforzamento del fondo a disposizione dei comuni per procedere agli abbattimenti; sanzioni più severe, fino alla misura estrema dello scioglimento degli enti locali inadempienti”.

la classifica dell’illegalità ambientale in Italia nel 2012

   

regione

infrazioni accertate

percentuale sul totale

persone denunciate

persone arrestate

sequestri effettuati

1

Campania =

4.777

14%

3.394

34

1.153

2

Sicilia ↑

4.021

11,8%

2.938

25

926

3

Calabria ↓

3.455

10,1%

2.485

20

723

4

Puglia =

3.331

9,8%

3.251

28

1.303

5

Lazio =

2.800

8,2%

2.045

6

518

6

Toscana ↑

2.524

7,4%

1.989

2

596

7

Sardegna ↓

2.208

6,5%

2.698

15

643

8

Liguria ↑

1.597

4,7%

1.428

1

216

9

Lombardia ↓

1.390

4,1%

1.308

14

432

10

Emilia Romagna ↑

1.035

3%

944

0

310

11

Veneto ↑

995

2,9%

939

1

196

12

Umbria ↑

953

2,8%

769

0

170

13

Basilicata ↓

952

2,8%

455

8

127

14

Abruzzo ↓

822

2,4%

741

4

158

15

Piemonte ↓

799

2,3%

757

3

139

16

Friuli Venezia Giulia ↑

769

2,3%

628

0

282

17

Marche ↓

668

2%

720

0

224

18

Trentino Alto Adige ↑

621

1,8%

309

0

77

19

Molise ↓

358

1%

272

0

74

20

Valle d’Aosta =

45

0,1%

62

0

19

 

TOTALE

34.120

100%

28.132

161

8.286

Fonte: elaborazione Legambiente su  dati forze dell’ordine, Capitanerie di porto e polizie provinciali (2012)

L’ufficio stampa: 06.86268376 – 99 – 53

Pubblicato il17 giugno 2013

giu
12

GREENPEACE: IN EUROPA IL CARBONE UCCIDE DUE PERSONE L’ORA

GREENPEACE: IN EUROPA IL CARBONE UCCIDE DUE PERSONE L’ORA

ROMA,12/06/13 – I fumi emessi dalle ciminiere delle centrali
elettriche a carbone, in Europa, uccidono più di due persone l’ora. È
questo il dato più allarmante del rapporto “Silent Killers”,
presentato oggi da Greenpeace.

Lo studio, basato su una ricerca condotta dall’Università di
Stoccarda, evidenzia gli impatti sanitari dell’inquinamento prodotto
dalla combustione del carbone nei Paesi dell’UE: 22.300 morti
premature – su base annua – equivalenti alla perdita di 240.000 anni
di vita. I fumi delle centrali censite nella ricerca determinano
inoltre la perdita annua di 5 milioni di giornate lavorative.

Secondo il rapporto, nel 2010 il carbone ha causato in Italia 521
morti premature, equivalenti a 5.560 anni di vita persi, e determinato
la perdita di 117 mila giornate di lavoro.
Enel, la grande multinazionale elettrica italiana, è la quinta peggior
compagnia a livello europeo, in termini di impatti sulla salute, se si
includono anche le emissioni delle centrali della Slovenské
Elektrárne, controllata da Enel per il 66 per cento.
Alla produzione di Enel, nel 2010, secondo la ricerca dell’Università
di Stoccarda, è riferibile una stima, in tutta Europa, di 11.660 anni
di vita persi. Enel è anche la quarta peggior compagnia europea per
quanto riguarda il carbone “di domani”, ovvero gli impatti sanitari
che si avrebbero dalle centrali in progettazione o in via di
realizzazione.

Proprio agli impianti che potrebbero vedere la luce nei prossimi anni
è dedicato un capitolo dello studio dell’università tedesca: 52
progetti di nuove centrali risultano attualmente in fase di
realizzazione o di autorizzazione. Se entrassero in funzione, ogni
anno in Europa si avrebbero danni alla salute umana equivalenti alla
perdita di ulteriori 32 mila anni di vita. Tenendo conto del fatto che
una centrale opera normalmente per un ciclo di vita di 40 anni, in
prospettiva questi progetti equivarrebbero alla perdita di 1,3 milioni
di anni di vita.

“Lo studio realizzato dall’Università di Stoccarda è l’ennesima prova,
qualora ve ne fosse  bisogno, che il ‘carbone pulito’ sbandierato
dalle compagnie energetiche non esiste” afferma Andrea Boraschi,
responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. “I
dati di molte istituzioni e organismi sovranazionali confermano che
l’aria che respiriamo può essere uno dei maggiori agenti patogeni per
la nostra salute. In Europa, il carbone è una delle principali cause
di avvelenamento dell’aria. Per salvare i nostri polmoni, e salvare il
clima dalle emissioni di gas serra, dobbiamo mettere fine all’era del
carbone e avviare una radicale rivoluzione energetica”.

Le circa 300 centrali a carbone funzionanti in Europa producono un
quarto dell’energia elettrica consumata nell’Unione ma emettono il 70
per cento degli ossidi di zolfo e più del 40 per cento degli ossidi di
azoto provenienti dal settore elettrico. Queste centrali sono la fonte
di circa la metà di tutte le emissioni industriali di mercurio, di un
terzo di quelle di arsenico e producono quasi un quarto del totale
delle emissioni europee di CO2.

I Paesi maggiormente colpiti, in termini sanitari, dalle emissioni del
carbone sono la Polonia (dove il carbone causa più di cinquemila morti
premature l’anno), la Germania, la Romania e la Bulgaria. Le aziende
maggiormente responsabili di questi impatti sono invece la PGE
(polacca), RWE (tedesca), Vattenfall (svedese), PPC (greca) e Enel
(italiana, compresa la controllata Slovenské Elektrárne).

Greenpeace chiede all’Unione Europea di fissare nuovi obiettivi
vincolanti di sviluppo delle rinnovabili (45 per cento), di
abbattimento dei gas serra (55 per cento) e di efficienza energetica
per il 2030. E di porre fine all’”età del carbone” al più tardi entro
il 2040.
Gli scenari energetici di Greenpeace – già adottati dall’IPCC –
dimostrano come, per garantire i fabbisogni energetici europei, non
serva costruire nuove centrali a carbone. Piuttosto, con lo sviluppo
delle fonti rinnovabili e il risparmio energetico garantito da serie
misure di efficientamento, è possibile cominciare sin d’ora a chiudere
le centrali a carbone più vecchie e inquinanti. Oggi questa
prospettiva è stata confermata perfino dall’IEA (International Energy
Agency), che chiede all’Europa di iniziare presto il phase-out del
carbone.

Leggi il rapporto “Silent Killers”;
http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/Killer_silenziosi.pdf
Leggi l’infografica “Come ci ammaliamo di carbone”:
www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/Killer_silenziosi_infografica.pdf
Leggi la scheda stampa con i numeri del rapporto:
http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/carbone-scheda-numeri-giugno-13.pdf

Contatti:
Gabriele Salari, Ufficio stampa, 06.68136061 int. 251 – 348.3988615
Andrea Boraschi, Resp. campagna Energia e Clima, 06.68136061 int.257 -
345.7491523

Andrea Boraschi — Responsabile Campagna Clima e Energia – Greenpeace Italy

Via della cordonata, 7 00187 Roma
T. 0039 06 68136061 Int.257
M. 345.7491523
www.greenpeace.it
Skype: medialuz73

giu
10

Al posto del bosco..ci mettono i rifiuti!

 

Prima udienza domani del processo relativo allo smaltimento dei rifiuti all’interno della centrale Enel di Torrevaldaliga Nord. Il procedimento penale è iniziato a seguito del rinvenimento all’interno della centrale di un deposito di rifiuti pericolosi non adeguatamente trattati: cumuli di rifiuti polverosi e sacchi voluminosi accatastati  all’aria aperta esposti al vento ed alla pioggia.
L’indagine della Procura era partita dalla visione di un video anonimo, consegnato dalla responsabile del Forum Ambientalista Simona Ricotti che lo aveva trovato nella sua cassetta delle lettere e che ieri era stata convocata proprio come teste.
Qui si vedeva anche un camion che carica rifiuti di tutti i tipi, per poi scaricarli dentro l’area del cantiere, a quanto pare in prossimità della zona dove dovrebbe sorgere il bosco Enel. I reati ipotizzati dalla procura sono quelli relativi allo smaltimento dei rifiuti, che sarebbe stato effettuato al di fuori della normativa imposta dalla legge in materia.
Per questa vicenda furono indagate ben 11 persone: si tratta di sei dirigenti e personale di Enel, e 5 titolari e lavoratori delle ditte che eseguivano il trasporto dei rifiuti con i camion. L’udienza era stata rinviata per incompatibilità del giudice.

http://www.bignotizie.it/news/civitavecchia/cronaca/18667-rifiuti-abbandonati-vicino-a-tvn-qil-pincio-si-costituisca-parte-civleq.html

Un po di storia…

http://www.trcgiornale.it/news/cronaca/32050-filmati-smaltimenti-sospetti-vicino-tvn-video-in-procura-aperta-linchiesta.html
 

giu
09

Le bugie sull’AIA di TVN

Per ogni euro di compensazione sul carbone c’è sempre una bugia da leggere e da sentire. A dirla è sempre chi sottoscrive gli accordi che prevedono come ricevuta di pagamento, spot alle . L’unico inconveniente è la verità, che viene fuori dai documenti e dalla realtà dei fatti. Ma per loro e per tanti politici conniventi, la verità, è solo un taxi per ottenere a loro volta, favori e posizioni, a seconda dei voti conquistati. Nomi e cognomi di voltagabbana, che ogni volta alzano il prezzo, ma non la storia del nostro territorio.

http://www.trcgiornale.it/news/lettere/59823-aia-tvn-no-coke-pronti-al-confronto-con-il-sindaco.html

http://www.civonline.it/articolo/tidei-su-tvn-laia-e-un-successo

Movimento No Coke Alto Lazio
Civitavecchia
Questa volta concordiamo con il Sindaco: “basta con le polemiche, i dati parlano chiaro”.
Infatti è dato incontrovertibile, semplice legge della fisica, che ad un maggior numero di ore di
funzionamento, rimanendo invariate le caratteristiche tecniche della centrale e il tipo di carbone
utilizzato, corrisponda un quantitativo di emissioni maggiore per qualsiasi inquinante.
Come tutti sanno, Sindaco compreso, la centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord fu autorizzata
nel 2003 sulla base di un progetto che prevedeva 6000 ore all’anno di esercizio. Già nel 2011 e nel
2012, nel silenzio succube dei ministeri competenti e del comune, l’impianto ha ampiamente
superato le ore di funzionamento dichiarate in fase di autorizzazione, con conseguente immissione
di tonnellate di inquinanti che semplicemente, al di là dei limiti burocratici annuali o giornalieri, non
dovevano uscire dal camino.
Con la nuova devastante AIA, Torrevaldaliga Nord è stata formalmente autorizzata a superare di
1500 ore il tetto annuo di 6000 ore, per un totale di 7.500. Secondo una nostra proiezione basata
sui dati contenuti nel report del gestore per l’esercizio 2012, se l’impianto dovesse realmente
operare per 7.500 ore all’anno avremmo, rispetto alle 6000 ore inizialmente dichiarate, una
maggiore emissione di ca. 15 t/a di polveri, 450 t/a di biossido di zolfo, 735 t/a di ossidi di
azoto, 420 t/anno di monossido di carbonio e 4,5 t/a di ammoniaca.
Se anche la centrale dovesse mantenersi al di sotto delle 7500 ore di esercizio, superando
comunque le 6000, saremmo costretti a respirare tonnellate di inquinanti che il Sindaco aveva il
potere/dovere di evitare, imponendo nell’AIA il rispetto del tetto massimo di funzionamento
dichiarato nel 2003.
E questo senza considerare aspetti specifici sui quali dal Pincio continua incessante e disperata
l’opera di disinformazione, quali le emissioni di polveri, per le quali i limiti introdotti dall’AIA non
sono altro che la doverosa applicazione dei limiti previsti (e tranquillamente ignorati nella
precedente autorizzazione) dai documenti europei di riferimento e il monossido di carbonio che
anche nella nuova autorizzazione presenta un limite più che doppio rispetto a quello associato alle
migliori tecniche disponibili.
Il Sindaco può continuare a sorbire, se proprio lo gradisce, il suo minestrone di chiacchiere inutili,
la città ha capito benissimo che dietro la triste vicenda dell’AIA c’è una scelta squisitamente
politica: svendere la salute dei cittadini per salvare il bilancio comunale.
E di questo lui, la giunta e il consiglio comunale al gran completo, vista la totale assenza di voci
contrarie, ne portano senza alcun dubbio la responsabilità.
Accettiamo, comunque la sua proposta e siamo pronti a confrontarci pubblicamente, numeri e dati
alla mano. Scelga lui il luogo e la data, che speriamo essere il più possibile ravvicinata.
Civitavecchia,7 giugno 2013
Movimento Nocoke Altolazio

giu
01

Politica a 5 stelle: essere o non essere!



Chi non è Grillino scagli la prima pietra. Difficile parlar male della politica dei Grillini per chi non conosce la storia e la curva glicemica dei meet up fino ai giorni nostri. Perchè parlar male di tanti ragazzi e ragazze che si sono messi a disposizione di un cambiamento! Troppo facile essere additati come eccessivi critici e spesso anche come invidiosi, se ti metti a dire che la politica dei grillini non è un modello politico, che non resisterà all’urto della democrazia e che, li manderà tutti a casa se non sapranno fare autocritica.

Il peccato originale di Beppe Grillo è sempre lo stesso urlare affinchè niente entri nelle orecchie di se stesso e del popolo dei Grillini che oggi però non ha bisogno di un motivo per votare, ma sostanza per dimostrare di essere diverso, dopotutto il M5S è arrivato in Parlamento. Di questo voglio parlare, dei limiti (politici) che stanno dimostrando gli eletti del M5S.

Il 30 Maggio sono stata invitata alla camera dei deputati per partecipare ad incontro con alcuni deputati facenti parte della commissione ambiente e trasporti sul tema dell’Autostrada Tirrenica, è stato un viaggio nella politica di 10 anni.

Non vorrei cadere nella narrazione dell’incontro, ma spesso dai piccoli dettagli viene fuori tanta verità!

I deputati del M5S presenti, erano giovani, di una vivace intelligenza, trasmettevano un’ingenuità (non) spontanea, a disposizione del tavolo di discussione. Giovani e puliti, senza cellulari che suonavano.

Sono stati a sentire la storia della Tirrenica ben due ore, scrivendo e facendo domande. Alla fine dell’incontro si è fatta la raccolta dell’email, con chiusura dei lavori, stretta di mano, con un messaggio simile ad un arrivederci.

Allora che cosa non ha funzionato!

Mi è sembrato un incontro sostanzialmente inutile come quelli fatti tante volte con il PD, verdi, azzurri, dove si  parla, si racconta una storia che è costata anni di lavoro, di impegno serio, di mille iniziative sul territorio, si accolgono le testimonianze, ma essenzialmente, poi non succede un cavolo, se non l’onore di essere stati ascoltati!

Tutti sanno che in ogni incontro politico ci sono delle attese, le stesse che si aspetterebbero loro (i grillini) se stessero  nei tuoi panni, invece, con profonda (tua) delusione non si chiedono dove troverai la volontà di continuare a fare quello sforzo sovra umano per resistere alle mille porcherie, compresa quella che hai appena raccontato.

Una perfetta trasfigurazione dei ruoli, una volta dentro il parlamento, evidentemente si assume lo stesso atteggiamento e vocabolario, sicuramente nel caso del M5S mediato da un atteggiamento meno ostile e impunito: “Non possiamo fare molto…i problemi sono molti…è difficile farsi rispondere dalla commissione, passano mesi, per un proposta peggio ancora!

Siamo disponibili per la presenza nelle manifestazioni, per la presentazione di interrogazioni.

Dunque chi si trova all’opposizione, ha sempre lo stesso atteggiamento politico, i cattivi sono gli altri, le possibilità di cambiare le cose sono sempre troppo poche.

Sconcertante la conclusione, ma infinite sfumature per capire a fondo le dinamiche interne del M5S: I deputati sono stati morbidi fino a quando non hanno dovuto tirare le conclusioni, frettolose, come interpreti di precisi ordini di scuderia.

“Nessuno deve far uscire comunicati non condivisi, la comunicazione deve passare per l’ufficio legale del gruppo”!

Ma quale notizia spaventosa poteva venir fuori da quella stanza, visto che non era successo niente!

A quel punto tutti i pezzi tornavano a posto: come soldatini, erano tutti d’accordo o quasi, peccato però che nessuno abbiano cercato l’effetto benefico dell’ osmosi indispensabile per organizzare qualcosa insieme, evitando che diventi un incontro come tanti altri.

Che cosa c’è di diverso dalle altre partecipazioni, dall’aver parlato per ore, cercando un contatto operativo, di metodo, di prospettiva, che non arriva.

Entri con un fardello pesante, ne esci con uno ancora più pesante.

Non è disfattismo, semplicemente cronaca.

Quello che più stupisce però è sentire frasi del tipo: “Non dobbiamo fare l’errore commesso tante volte, quello di delegare i deputati di fare questo e quello, loro fanno interrogazioni, partecipano alle manifestazioni, ma la battaglia rimane in mano ai cittadini!”

Sembrava satira politica, invece era il condensato di chi rappresentava il M5S sul territorio.

I ragazzi che abbiamo incontrato sembravano ingenui, ma comunque organizzati per tirare le conclusioni, con lo stesso e brutto messaggio che passa come luogo comune, come spaventati all’idea di sbagliare, di non essere abbastanza condivisi.

Hanno un complesso blocco che li rende deludenti, distaccati dalla realtà, il dunque sta proprio in questo: Il M5S non sta con i piedi per terra ma comincia a vivere di politica, di chiacchiere, di cose irreali. Ma forse lo è sempre stato.

Peccato, sentirsi anche davanti a loro, troppo concreti e troppo eversivi! Per loro tu rappresenti il territorio e nessuno te lo tocca, mica vogliono levarti il gusto di pagare tutto te! Se poi riesci ad organizzare una mega manifestazione, loro però vengono e per un momento rappresentano anche quella battaglia, ma poi tutto torna come prima.

Dopotutto una sconfitta.Nessuno vuole fare il perdente, tenere in vita battaglie dure e con pochissime speranze per vincerle.

Ma hanno bisogno di te, di rappresentare qualcosa di reale, perchè il voto del M5S è irreale, assolutamente dissociato dal territorio, per questo il voto amministrativo è totalmente diverso da quello Nazionale.

Il voto del M5S è come un soufflè, appena sfornato si è afflosciato, perchè il voto Nazionale era stato dato a Grillo, alla sua forza mediatica che c’è stata eccome.

Chi conosce la PNL e la capacità comunicativa accumulata da Beppe Grillo capisce bene come sono arrivati tutti quei voti, senza facce vere, senza bisogno di storie vissute, esempi di coerenza e di cambiamento.

Un’altro brutto esempio di delega in bianco!

Il risultato elettorale sulla spinta di una proposta di cambiamento, urlata, impacchettata bene dal comunicatore per eccellenza, diventata negli ultimi giorni, addirittura un voto dato per dispetto, alla politica tradizionale.

Ma sui territori tutti questi voti, tutte queste persone disposte a cambiare dove sono?

Mi assumo la responsabilità di quest’analisi, sicuramente condivisa da tantissimi cittadini che hanno sempre dato tanto per il loro paese, per salvare anche uno solo uncentimetro di terra, di aria e di acqua, oggi testimoni di un modello di cambiamento che gli altri chiamano M5S che se da una parte sembra prendere in mano alcuni temi importanti della vita reale dei cittadini, dall’altra dimostrandolo solo a parole. Tutto per cancellare quello che gli altri hanno fatto, credendo di poterne fare a meno, invece di mettere insieme le forze.

Un vero peccato, domani chi crederà ancora di poter cambiare la realtà dopo averci creduto al punto di votare il M5S?

Meditiamo, sul futuro della politica, partendo dalla realtà, ricordando sempre che per cambiare la politica serve il coraggio di tanti, anche se non sono M5S, serve l’onestà che non può essere in prestito, serve l’umiltà, anche se non va più di moda.

Marzia Marzoli

 

mag
29

Il caso ILVA di Taranto, come morire a norma di legge!

 

Dopo aver letto tanti articoli sulla notizia del sequestro dell’ILVA di Taranto, riportiamo un report di un blog a cura di Daniela Patrucco, davvero utile per capire i contorni di una vicenda davvero inquietante e che noi, seguiamo da sempre con preoccupazione.La vicenda del carbone gli somiglia paurosamente, anche se a norma di legge, si muore eccome!

SpeziaPolis

La polis fu un modello di struttura tipicamente e solamente greca che prevedeva l’attiva partecipazione degli abitanti liberi alla vita politica. In contrapposizione alle altre città-stato antiche, la peculiarità della polis non era tanto la forma di governo democratica od oligarchica, ma l’isonomia: il fatto che tutti i cittadini liberi soggiacessero alle stesse norme di diritto.

 

Ilva: un’operazione coloniale e un grande conflitto di interessi – Intervista a Marescotti (Peacelink)

Ammonta a otto miliardi e 200 milioni di euro il maxi sequestro ordinato dal GIP di Taranto Patrizia Todisco.  Si tratta di un sequestro preventivo per valore equivalente, in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità giuridica delle imprese  che dal 2011 contempla anche i reati ambientali.
 ”Stiamo eseguendo un sequestro solo in merito ai beni della società Riva Fire. Abbiamo tenuto conto della legge 231 (legge salva Ilva, ndr), e dunque il sequestro non colpisce i beni dell’Ilva. E questo provvedimento non intacca la produzione dello stabilimento. La ratio del sequestro è quella di bloccare le somme sottratte agli investimenti per abbattere l’impatto ambientale della fabbrica”, ha precisato il procuratore di Taranto Sebastio. Il provvedimento di sequestro segue di pochi giorni quello della Procura di Milano, per un miliardo e 200 milioni che sarebbero stati sottratti indebitamente alle casse dell’azienda.
La maxievasione, secondo la Procura, sarebbe stata messa in atto sfruttando il meccanismo dello scudo fiscale.  Le accuse nei confronti della famiglia Riva sono di frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato.
La procura di Taranto avrebbe quantificato l’ammontare degli investimenti non realizzati per l’abbattimento dell’impatto ambientale dell’Ilva e disposto il sequestro per prevenirne l’eventuale sottrazione, eventualmente come accaduto per il miliardo milanese.  Il sequestro alla Riva Fire è unescamotage che in qualche modo aggira la l. 231 e – incamerando il valore degli indebiti profitti realizzati grazie al mancato rispetto delle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale – compensa in qualche misura la non applicazione del principio di precauzione e di “chi inquina paga”. In questi giorni il Governo sta valutando l’eventuale commissariamento di Ilva, con la separazione della proprietà dalla gestione
Alessandro Marescotti è insegnante di lettere in un liceo tarantino epresidente di PeacelinkNel 2008 l’associazione, insieme al Fondo Antidiossina di Taranto, ha “aperto il caso Ilva” grazie alle analisi del pecorino prodotto nei pascoli prossimi all’ILVA, rilevando l’evidenza di concentrazioni di diossina e PCB tre volte superiori ai limiti di legge.
Prof. Marescotti, l’ex Ministro Clini ha dichiarato che “si potrebbe configurare di nuovo un conflitto tra il ruolo dell’amministrazione, che ha l’obbligo di assicurare il risanamento ambientale, e il ruolo della magistratura che ha il compito di perseguire i reati”.
E’ il seguito di una sorta di partita a scacchi che vede contrapposti il governo- che ha voluto salvare la proprietà dei Riva - e la magistratura  - che cerca di garantire l’interesse pubblico.
Così come la cd legge salva-Ilva è stata formulata dal legislatore costruendo un ragionamento ad hoc per l’Ilva, anche il provvedimento della Procura di Taranto segue un ragionamento confezionato su misura per la Holding dell’Ilva. A differenza della salva-Ilva – che impatterà tutti gli impianti produttivi italiani considerati strategici che abbiano più di 200 dipendenti – questo provvedimento sarà applicabile solo a quelle organizzazioni che afferiscono a una holding. Il provvedimento,  che non viola la l. 231/01,  applica il principio per cui in caso di un illecito profitto, l’equivalente valore si possa congelare in funzione di un’eventuale successiva confisca. In questo caso finalizzata al risanamento ambientale.
Il Ministro dello Sviluppo economico Zanonato ha definito la produzione dell’acciaio dell’Ilva a Taranto una “questione strategica”. Un conflitto di interessi apparentemente insanabile pertanto tra il benessere e la qualità della vita dei cittadini di Taranto e l’acciaio dei Riva. Dei due, il secondo sembra essere strategicamente più rilevante.
I governi che si sono succeduti – e in questa fase il Presidente Napolitano in prima persona – hanno messo in primo piano la questione dell’interesse economico,che coincide in questo caso con l’interesse di un privato, mentre la magistratura ha messo al centro la difesa dei beni pubblici indisponibili: la salute, l’integrità del territorio, il diritto ad avere un futuro. La magistratura pone al centro un problema di carattere etico. I bambini non possono essere assoggettati ad un esperimento e noi non siamo in grado di sapere se con la nuova AIA saranno fuori pericolo. Si avvera in questo conflitto qualcosa di volgarmente economicistico. Marx identificava lo Stato con il “comitato d’affari” della borghesia, lo Stato assoggettato agli interessi della borghesia. Bene, mai come in questo caso si è visto uno Stato che abbia come obiettivo una città e una popolazione che si ribella.
Goffredo Buccini sul Corriere della Sera ha scritto “C’è da augurarsi che la Todisco abbia preso un abbaglio immane. In caso contrario siamo in presenza di un’operazione coloniale (in senso tecnico: sfruttamento di un territorio da parte di un’entità economica esterna, nativi danneggiati, risorse portate altrove). Un’operazione non consumata, tuttavia, nel buio dell’Africa del diciannovesimo secolo, ma oggi, sotto i riflettori del villaggio globale. Tutti potevano vedere. Tutti si sono girati dall’altra parte”.
Ci troviamo di fronte a una situazione clamorosa, era del tutto evidente che ci fosse da una parte un “comitato d’affari”. Ma fare affari è lo scopo della classe imprenditrice e dunque non è questa un’accusa che possiamo muovere ai Riva. Il problema è che chi avrebbe dovuto interpretare il ruolo dello Stato ha mantenuto un atteggiamento remissivo e collaborativo.  Alla fine si scopre che questi affari, secondo quanto sostiene la magistratura di Taranto, sono stati condotti al di fuori della legalità. Affari che, secondo la magistratura, avrebbero prodotto profitti illeciti il cui controvalore viene sequestrato con questa misura preventiva, finalizzata in futuro alla confisca.
Noi esultiamo perché è stato messo sotto chiave il “capitale”, che potrebbe essere espropriato non in virtù di una scelta politica (perché lo vuole Lenin) ma perchéSebastio o Todisco individuano ipotesi di reato.  Mentre noi gioiamo perché per il futuro vediamo una sorta di risarcimento - una nemesi per cui si toglie ai ricchi per dare ai poveri – in contemporanea abbiamo una vastissima classe politica che in questa prospettiva di giustizia e di risarcimento del profitto illecito e di una redistribuzione in chiave egualitaria invece si strappa le vesti.  Anziché cogliere la grandissima opportunità che si sta profilando, questa ampia area politica sostiene che si tratta di una situazione drammatica e fa allarmismo paragonandola a una catastrofe. Un simile atteggiamento da parte di un partito di centrodestra è comprensibile. Se agito dalla sinistra – da SEL al PD – conferma che la classe politica agisce in modo funzionale a far prevalere l’interesse privato sull’interesse pubblico.
Il Ministro dello Sviluppo Economico Zanonato ha dichiarato che “Se l’Ilva si ferma, possiamo dire addio all’industria siderurgica e avremmo problemi con l’industria meccanica”. Ha aggiunto che “il polo dell’acciaio, e l’Ilva in particolare, deve rimanere italiano, dobbiamo fare di tutto come governo per farlo rimanere italiano. E’ una questione strategica per continuare a essere competitivi: dalla siderurgica dipende la meccanica, e per rimanere competitiva deve avere acciaio prodotto in luoghi abbastanza vicini”. E anche Ermete Realacci (ecodem PD) è sulla stessa lunghezza d’onda.
In un mondo globalizzato, in cui si acquista qualsiasi prodotto nella parte di mondo in cui è più conveniente farlo, questo tipo di ragionamento è anacronistico. Chi ha governato l’economia italiana ha sprecato il cuore del futuro informatico con l’Olivetti, Federico Faggin nel 1970 si è trasferito negli Stati Uniti per creare il primo microprocessore. Dopo che ci siamo fatti sfuggire le migliori menti e dopo che i migliori ricercatori fuggono all’estero per trovare la possibilità di fare ricerca, noi ci preoccupiamo dell’acciaio che è frutto della prima rivoluzione industriale. Quando invece la competitività si gioca su altre tipologie di prodotti, l’elettronica, le nanotecnologie, le energie alternative, quella che chiamiamo l’economia della conoscenza. Cosa e dove hanno studiato queste persone? Perché dobbiamo confrontarci con la loro visione dell’economia, antitetica a quella del futuro, sempre più smaterializzate e fondata sulla conoscenza?
Apparentemente la politica non prende neppure in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’acciaio. Il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, ha spiegato che «bisogna salvare il futuro dell’industria siderurgica italiana. Non quello di una famiglia composta da condannati e arrestati». Paolo Ferrero (RC) suggerisce di nazionalizzare l’Ilva mentre Realacci e ora il Governo propongono il commissariamento. Come se ne esce?
La nazionalizzazione è una proposta sbagliatissima. L’essere pubblico non è un valore in sé. In particolare se consideriamo che la gestione passerebbe nelle mani di quegli stessi soggetti che sin qui hanno gestito la “cosa pubblica” con le conseguenze che vediamo.
Certo l’alternativa della gestione ai Riva non è tranquillizzante. Nel provvedimento di sequestro, come già in altri atti della procura di Taranto, si leggono passaggi inquietanti “In particolare, metalli e polveri nocive hanno causato decessi e malattie tra la popolazione tarantina” oppure “differimenti decisi dall’Ilva degli interventi previsti non fanno altro che incrementare il fenomeno di danno ambientale già in atto” e ancora “Non impediva con consapevolezza lo sversamento nell’aria ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale“.  
Il Governatore della Liguria Claudio Burlando propone una formula ”in cui lo Stato, con i finanziamenti del privato, si fa carico della realizzazione delle opere già state previste per l’ambientalizzazione e il miglioramento delle strutture. Al privato viene lasciato il compito gestionale, con una verifica costante dello Stato” Lo stesso Burlando, a proposito della riproposizione del modello genovese a suo tempo adottato per l’Ilva di Cornigliano ha ammesso  che “bisogna essere sinceri,qui è stato più semplice, perché siamo partiti dalla decisione di chiudere l’attività fusoria. A Taranto è differente».
La cosa importante è che le regole siano nell’interesse pubblico, che ci siano controlli stringenti, indipendentemente dalla proprietà. E’ importante l’assetto organizzativo, che dev’essere fortemente orientato al rigore del sistema dei controlli e alla selezione di adeguate tecnologie. Uno stabilimento come quello di Taranto può avere la sua ragione di esistere se sono acquistate unità produttive nuove e gli impianti come le cokerie vengono allontanati dalle case. In generale sono a favore della nazionalizzazione di alcuni settori strategici se guidati da un management che rappresenta l’interesse pubblico. Certo che se poi ci sono ancora persone nominate dalla politica.
E’ abbastanza evidente che ci sia la necessità di riconquistare  fiducia nelle istituzioni. Peacelink e il Fondo Antidiossina hanno chiesto di essere ascoltati Bruxelles. Quali questioni avete posto?
A Bruxelles  abbiamo portato la nostra posizione su Taranto e sull’Ilva. L’Unione Europea ha una notevole capacità di ascolto. Un cittadino o un’associazione ha moltè più possibilità di ascolto presso un’istituzione europea piuttosto che al Parlamento o al Governo italiani. Abbiamo constatato un’apertura per noi inaspettata, che tuttavia è prassi per gli organismi europei, com’è prassi rispondere sempre in modo dettagliato alle questioni che vengono poste. Se si presenta una petizione, supportata da dati e fatti oggettivi che abbiano attinenza con le normative europee, è prassi che il Parlamento si riunisca, risponda direttamente o passi la questione alla Commissione Europea. Rispetto alla chiusura del palazzi italiani, questa è un anomalia positiva  nell’Europafortemente criticata di questi tempi. Inviterei le associazioni in Italia a seguire il nostro esempio perché si ha l’occasione di  fornire alla Comunità Europea una serie di informazioni che i governi danno in maniera incompleta, quando non sono reticenti.  Mai nessun rappresentante istituzionale di Taranto aveva posto la questione a Bruxelles, né alcuna associazione. 
E’ anche un problema culturale dunque, siamo così socializzati al “non ascolto” in Italia che ci siamo convinti debba essere così ovunque. In qualche modo ci autocensuriamo?
E’ così. Abbiamo saputo che un cittadino di Taranto, di cui non conosciamo il nome, ha presentato una petizione al Parlamento Europeo sulla questione della diossina. Il Parlamento europeo si era riunito, aveva discusso ed elaborato una apposita risoluzione comunicata alla Commissione. Il cittadino non ha un nome e cognome ma ha fatto riunire il Parlamento Europeo.  E non era neppure raccomandato. Impensabile.
Il nuovo Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, vi ha convocato a Roma perché riteneva importante acquisire il punto di vista delle associazioni nella sua ricognizione iniziale sulla questione dell’Ilva. Cosa gli avete detto e quali risposte avete avuto?
Il Ministro Orlando ha avuto con noi un atteggiamento completamente diverso da quello cui ci aveva abituati il ministro Clini, abbiamo apprezzato la sua capacità di ascolto e il rapporto è stato disteso e molto franco. Abbiamo evidenziato tutti le prescrizioni dell’AIA che non erano state rispettate nei tempi previsti. In alcuni casi sono stati dati per realizzati interventi mai attuati o parzialmente attuati, come accaduto per la  copertura dei nastri trasportatori del minerali di ferro e  carbone che arrivano nel porto. La realizzazione di questo intervento, che risultava concluso già nel rapporto ambiente-sicurezza del 2009, è ora spostata al 2015.
E’ evidente che se questo è il livello di trasparenza e la fine lavori è sempre il 2015, non ha senso alcun cronoprogramma e soprattutto vengono meno  le garanzie di “intervento immediato” che la stessa Corte Costituzionale ha considerato idonee a proteggere la salute pubblica. Tutta la legge 231 poggia sull’avverbio “immediatamente”. Se salta l’immediatezza degli interventi, se tutto è rinviato sine die, di fatto si stanno prorogando per altri tre anni quelle condizioni di pericolo per cui la Procura della Repubblica aveva rilevato gli estremi per intervenire con il primo sequestro degli impianti.
Considerando i 30 morti in più l’anno a causa dell’inquinamento stabiliti dalla perizia, avremmo 90 morti in più nei prossimi tre anni. Il che confliggerebbe con il principio ravvisato dalla Corte Costituzionale, quello della tutela della salute e insieme dell’occupazione. Ho chiesto al Ministro se lui o chi per lui sapesse allo stato attuale quante persone all’anno possono morire o si possono ammalare. Poiché si tratta di un dato che si può sapere solo se si fa una sorveglianza come quella fatta a suo tempo dalla Procura della Repubblica, occorre intervenire subito sugli impianti  oppure applicare il principio di precauzione. In condizione di incertezza scientifica bisogna astenersi dall’esporre le persone al rischio.
Al Ministro ho letto la lettera che abbiamo ricevuto da una mamma, Daniela, che ha raccontato la storia  della sua bambina. Nata apparentemente sana, ha sviluppato un tumore renale bilaterale a soli sei mesi e gli oncologi hanno subito diagnosticato la trasmissione da parte di uno dei due genitori.  Ho detto al Ministro che se i decisori e i giudici della stessa Corte Costituzionale sperimentassero storie così drammatiche, cambierebbero immediatamente posizione. E la questione strategica tornerebbe ad essere la salute dei cittadini e non più l’acciaio.
Nove miliardi e 300 milioni di euro parzialmente sotto sequestro vi tranquillizzano? 
Oggi la situazione è per noi più rosea di quanto non lo sia per il Governo. Fino a che non erano  sono stati emessi questi provvedimenti di sequestro avevamo il timore di condurre una battaglia giusta, ma con esiti che potevano essere inconcludenti e trovandoci alla fine con una fabbrica chiusa e un pugno di mosche. Molti ci rimproveravano di fare una lotta giusta ma, dicevano “Riva i capitali se li è portati all’estero e voi alla fine in nome di un principio giustizio non otterrete nulla”. La minaccia era che tutto si risolvesse com’è successo a Brescia, dov’è rimasto il deserto dove prima c’era la Caffaro. Nel caso di Taranto, se si dimostreranno le relazioni di causa e effetto, chi ha inquinato dovrà pagare.
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mag
22

Ieri c’erano 37 criticità sulla centrale di TVN oggi 26 milioni di euro nel bilancio del comune di Civitavecchia

«Un contributo Enel dalla convenzione sconosciuta»

No coke all’attacco sul bilancio: dodici milioni di euro per il 2013. Il movimento chiede delucidazioni ai consiglieri comunali

«A che titolo in bilancio è stato portato il contributo Enel? Esiste una convenzione? Chi la conosce, chi l’ha approvata?». A porre le domande, alla vigilia della discussione in consiglio comunale sul bilancio di previsione 2013 è il Movimento NoCoke Alto Lazio. Sull’atto programmatico, infatti, a quanto pare apparirebbe una voce generica ‘‘Contributo Enel’’ che «prevede lo stanziamento di 12milioni di euro per l’anno 2013». A questi si aggiungerebbero ulteriori «versamenti di 7milioni di euro per l’anno 2014 e 7milioni per il 2015. Poiché l’Enel non è certo un ente di beneficienza – scrivono i NoCoke – ci domandiamo come possa essere stato determinato l’ammontare di questo contributo e come cinici calcoli ragionieristici possano aver tenuto conto da una parte dei maggiori guadagni aziendali e dall’altra del sacrificio della popolazione conseguente all’aggravamento dell’impatto ambientale e agli effetti che l’aumento dell’inquinamento produrrà sulla salute». E chiedono delucidazioni a tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione «che, in procinto di discutere il bilancio, su questo punto sembrano accomunati da una strana consegna del silenzio».

mag
20

Orte-Mestre, l’autostrada di Bersani

 

http://www.opzionezero.org/2013/05/20/25052013-ravenna-convegno-nazionale-nuova-autostrada-orte-mestre-rompiamo-il-silenzio/

I numeri della Orte-Cesena-Mestre sono talmente pesanti da classificarla al secondo posto, dopo il Ponte sullo Stretto di Messina: 396 chilometri di asfalto che uniranno Orte, nel Lazio, a Mestre, in Veneto. Sorgerà sul sedime della superstrada E45, da implementare, per proseguire poi interamente nuova nel tratto Emiliano-Veneto, a partire da Cesena e in parallelo all’attuale SS309 Romea, stravolgendo i territori di 5 regioni (Lazio, Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Veneto), 11 province, 48 comuni. Sono previsti 140 km di ponti e viadotti, 64 km di gallerie, 250 tra cavalcavia e sottovie, 83 nuovi svincoli, con un consumo di suolo stimato tra i 600 e i 700 ettari al 90% agricoli.

http://www.democraziakmzero.org/2013/04/17/orte-mestre-lautostrada-di-bersani/

mag
16

Maremma sotto attacco: L’Autostrada tirrenica è un caso di “pseudo colonialismo”

http://www.agoravox.it/Maremma-sotto-attacco-2-Per-Nicola.html?pagina=2

“Chi siete? Cosa portate? Ma quanti siete? Un fiorino!” chiede il doganiere a Troisi in “Non ci resta che piangere” e, secondo Daniela Pasini del Coordinamento Comitati ambientalisti della Provincia di Grosseto, più o meno questo accadrà quando si attraverserà il “granducato SAT” (quello della Società Autostrada Tirrenica). Ciò che oggi è gratuito costerà ben più di un fiorino. Ad esempio non basteranno 20 euro per andare da Grosseto a Cecina, appena 120 km (fonte NO SAT). È quindi ipotizzabile che da Civitavecchia l’importo raddoppierà con conseguenti aumenti di costi su tutte le merci in transito e nessun vantaggio per le economie locali.

Sono queste solo alcune delle considerazioni emerse in questo nuovo appuntamento informativo a Montalto di Castro dove Italia Nostra con il Coordinamento dei Comitati e associazioni ambientali della provincia di Grosseto ed il patrocinio del Comune (presente il sindaco Sergio Caci), ha tentato di far luce sui misteri di una grande opera inutile per le popolazioni, come il completamento dell’A12, e su quell’insieme di impianti, dal biogas alle gigantesche torri eoliche, che peggiorano l’ambiente. Un consumo scellerato del suolo sta minando infatti non solo l’immagine della Maremma laziale e toscana conosciuta in tutto il mondo ma anche l’economia basata sul turismo.

Sono questi i segni più evidenti del progressivo degrado, un colpo alla bellezza del paesaggio che Nicola Caracciolo, presidente onorario di Italia Nostra Toscana, definisce un caso di “pseudo colonialismo”. Non trovano giustificazioni economiche diverse gli oltre 1,8 miliardi di euro (tanto costerà completare l’autostrada A12) né nel traffico attuale né in quello futuro e neanche nel sostegno delle popolazioni. Sono incomprensibili le ragioni per cui Banca Monte dei Paschi di Siena partecipi per il 14,98% al capitale SAT. E allora perché questa grande opera? La spiegazione è racchiusa nel perimetro: corruzione, tangenti e politica. Fenomeni noti che vedono l’Italia ben piazzata a livello mondiale a cui, volutamente, i partiti hanno dato una risposta stonata.

Per Marzia Marzoli del Movimento No Coke di Tarquinia è difficile condividere le scelte che hanno comportato la rinuncia a una strada gratuita quale l’Aurelia. Se non era più rinviabile affrontare il problema alla mancanza di sicurezza su tutti gli attraversamenti a raso da Grosseto Sud all’allaccio con l’A12 a Civitavecchia, non occorreva certo buttare qualche miliardo di euro per sanare la situazione. C’è la viabilità secondaria, costituita dalle cosiddette complanari, che non riuscirà a far fronte alla presenza contemporanea di trattori, mezzi agricoli e di tutti gli automobilisti alla ricerca di qualche risparmio.

Ma l’incubo della Maremma non si chiama solo autostrada. Michele Scola presidente di Italia Nostra di Grosseto così come Paolo De Rocchi di Viterbo denunciano il consumo di territorio di qualità (ogni secondo in Italia scompaiono 8 mq) dovuti a un’edilizia selvaggia e speculativa. Ma un contributo rilevante arriva dall’installazione di pannelli fotovoltaici ovunque, cambiando in peggio il paesaggio. I pannelli fotovoltaici dovrebbero essere posizionati su tetti di abitazioni, capannoni, uffici pubblici e privati, non certo al posto di pascoli e colture di pregio.

 

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da sinistra: Marzia Marzoli, Nicola Caracciolo, Gianni Mattioli

Questa corsa alle energie rinnovabili, per il 65% in mano alla criminalità organizzata, sta consentendo diinstallare nel viterbese torri eoliche alte sino a 185 metri d’altezza con giranti larghe quanto un campo di calcio. Ma non siamo nel Mare del Nord o nel Baltico, qui il vento è in azione per poco più di 50 giorni l’anno. Così appare sensata la domanda di Elena Hagi di ReSet Tuscania su come si giustifichino migliaia di ettari per l’eolico, in aree agricole importanti e di immenso valore paesaggistico. Tutte sacrificate per ricavare qualche punto percentuale del fabbisogno nazionale da immettere su una rete distributiva che è un esempio di dispersione. Agli interrogativi posti dall’associazione su questi aspetti, né il gestore nazionale né Terna hanno fornito risposte.

Intanto il conto per le famiglie per l’energia elettrica rimane tra i più cari in Europa e sono gli utenti italiani a finanziare, con le bollette, gli investimenti nelle rinnovabili sia quelle vere che quelle spacciate per tali da una legge che ignora i principi della fisica e della termodinamica. Ma questo della green economy e dei forti incentivi di cui gode è anche un nuovo terreno di espansione per le organizzazioni mafiose. Simona Ricotti del Forum ambientalista ricorda che il Lazio è la quinta regione per diffusione delle organizzazioni mafiose alla ricerca di opportunità per riciclare i proventi delle attività criminali più tradizionali. Di questi aspetti si era interessato anche Daniele Camilli, giornalista e autore di “La mafia a Viterbo, che aveva indagato su numerosi casi di agricoltori che, in difficoltà per la crisi, erano stati contattati da individui che proponevano di rilevare le proprietà offrendo molto di più del reale valore dei terreni.

Maremma sotto attacco significa anche salute a rischio per le popolazioni. E, secondo Mauro Mocci, di ISDE-Associazioni Medici per l’Ambiente, c’è motivo per preoccuparsi. Ci troviamo tra due fuochi: da una parte il CSS (ovvero il Combustibile Solido Secondario-Combustibile) dall’altra il biogas che si sta diffondendo con piccoli impianti che non richiedono autorizzazioni e controlli. In realtà il CSS è un rifiuto che viene ottenuto da una lavorazione successiva di rifiuti urbani e (persino) di rifiuti speciali, purché non pericolosi. Ma alla fine, dentro il CSS finiscono anche pneumatici e simili. Centrali elettriche e cementifici emetteranno diossine e furani, la cui pericolosità è nota ormai da mezzo secolo.

Apparentemente più subdolo il biogas. Di bio c’è poco, almeno in quegli impianti apparentemente piccoli (1 MW) che stanno sorgendo come funghi. Ma cosa ci finisce dentro? Tutto o quasi: dalle biomasse da colture trattate con anticrittogamici (perché non destinate all’alimentazione!) a liquami e fanghi da depurazione. Il tutto trattato in assenza di aria (processo di digestione anaerobica) per ottenere un gas simile al fossile che una volta bruciato produrrà però formaldeide, acido cloridrico e polveri ultrasottili. Insomma per il dottor Mocci l’unico processo sicuro e meritevole della definizione di rinnovabile è quello ottenibile dalla degradazione, in presenza di ossigeno, di rifiuti alimentari per ottenere compost.

Ma c’è una via d’uscita positiva per la Maremma? Forse il fatto di diventare patrimonio mondiale Unesco. A suggerirlo è Gianni Mattioli, già docente alla Sapienza, esponente storico dei Verdi e oggi membro del Comitato scientifico Dess Unesco. Una crisi senza precedenti, ha generato uno sviluppo economico drogato con una continua rincorsa tra aumenti di produttività e quantità di merci immesse sul mercato. La distribuzione della ricchezza è assolutamente iniqua. Inutile aspettarsi la ripresa dalle attività tradizionali. Inutile quindi brutalizzare ancora la Maremma con un’autostrada con corsie e complanari quando il mercato dell’auto è saturo. E anche l’Europa chiede che le merci viaggino su navi e ferrovie e non sulle strade, evitando ulteriore inquinamento e aggravi di costi. È solo se si parte da qui che l’autostrada diventa un’opera inutile, il simbolo di un investimento a ritorno zero.

 

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Jannik Splidsboel, regista di Days in Maremma

Potrà finire la folle corsa dell’Autostrada tirrenica? Forse sì ma non dipenderà tanto dai politici ormai in stato confusionale, quanto dai cittadini se riusciranno almeno a carpire qualche informazione dalla disinformazione globale. La salvaguardia del territorio è l’unico asset disponibile, un concetto che non sembra però trovare molti proseliti.

Eppure uno c’è di sicuro. Non è un italiano, ma ha capito tutto degli italiani. Si chiama Jannik Splidsboel, ed è il regista danese del film-documentario “Days in Maremma” proiettato a conclusione della manifestazione.

Costato tre anni di lavoro, Days in Maremma è ambientato a Montebello, una frazione del comune di Tuscania, nel Lazio, a pochi chilometri dal confine con la Toscana. Il piccolo paese è attraversato da una crisi economica senza precedenti che ha messo a dura prova anche i mestieri tradizionali. L’arrivo di una multinazionale che vuole coprire buona parte dei terreni con i pannelli solari scatena sentimenti diversi. Il risultato è una galleria straordinaria di colori, stagioni, persone, caratteri, paesaggi, sentimenti, animali nella quale i protagonisti sono gli stessi abitanti. Ritroviamo l’Italia di oggi in crisi d’identità, in crisi di valori. Jannik Splidsboel ha saputo vedere quello che gli italiani ignorano: la bellezza, la natura senza ipocrisie, la consapevolezza di vivere in un luogo straordinario. Ma per quanto tempo ancora?

 Grazie a Giorgio Zintu che ha firmato questo bellissimo “Resume” dell’incontro di sabato 11 Maggio a Montalto

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Civitavecchia: Energia dal carbone, a quale costo?

 

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Civitavecchia: Energia dal carbone, a  quale costo?

La lotta contro la riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord (TVN) di Civitavecchia risale al gennaio del 2001, data di nascita a Civitavecchia del primo Comitato per il No al carbone, immediatamente dopo l’annuncio da parte di Enel di voler riconvertire a carbone la centrale di Torre Valdaliga Nord nel dicembre del 2000.

Malgrado il peso ambientale subito dal territorio, nel dicembre del 2000 l’Enel Produzione s.p.a. ha proposto un intervento di quasi completa demolizione dell’esistente impianto di TVN, e la sua totale ricostruzione per l’alimentazione a carbone.

I dati sula salute pubblica nel comprensorio di Civitavecchia, dopo 25 anni di operatività, a partire dal 1962, delle diverse centrali Torre Valdaliga Sud, (con quattro gruppi termoelettrici, di cui uno da 200 Megawatt e tre da 320 Megawatt), Torre Valdaliga Nord, (con quattro gruppi termoelettrici da 660 Megawatt, ad olio combustibile e una ciminiera multi-camino di 250 metri di altezza), erano già allarmanti: Civitavecchia era al primo posto nel Lazio e al terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore rispetto alla media nazionale.

Questo era la situazione sanitaria in cui si inserisce la scelta del carbone: Oltre agli impatti diretti sul sistema respiratorio, le centrali a carbone sono inoltre tra le principali responsabili delle emissioni di mercurio, arsenico e di polveri fini nell’aria. Il mercurio contenuto nel carbone è fino a 150 volte maggiore di quello contenuto nell’olio combustibile. Questo espone la popolazione al rischio d’inquinamento da mercurio con gravi effetti sulla salute umana e soprattutto sul sistema nervoso in via di sviluppo (feto, neonato e bambino).

La centrale termoelettrica di Torre Valdaliga Nord è circondata da un territorio a forte vocazione agricola e turistica, custode di tesori ambientali e culturali riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità (Tarquinia e Cerveteri). Nonostante tutto ciò, la riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord ha ricevuto un giudizio di compatibilità ambientale positivo ed è stata autorizzata il 24 dicembre 2003.

Da allora, si sono succeduti dieci anni di battaglie amministrative, con ripetuti ricorsi da parte dei cittadini di Civitavecchia e del comprensorio, ricorsi al Tar, Consiglio di stato, richiesta di riesame del decreto autorizzativo, numerosi reclami, esposti alla procura, alcuni ancora in corso.

La storia politica del si al carbone ha inizio il 25 Marzo 2003, un giorno memorabile per Civitavecchia: in un burrascoso Consiglio Comunale in cui si è votata la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga Nord, a pochi mesi di distanza dall’ iniziale no al carbone dello stesso consiglio comunale.

Motivano il loro sì alla riconversione con le stesse parole di Storace: “Non si può rinunciare a 3mila miliardi di investimenti dell’Enel sulla città”. Hanno dato il loro assenso per difendere l’occupazione, di chi?

L’Alto Lazio, vanta però un cinquantennale polo energetico, significa, una vera e propria colonizzazione su un territorio artatamente e metodicamente preparato a essere aggredito, privato della sua anima e del suo futuro, inquinato nelle coscienze, prima ancora che nelle sue risorse naturali. Protagonista l’inerzia, quando non subalternità, delle istituzioni, Comuni in testa, ma anche dell’intero ceto politico del comprensorio, che ha consentito che ciò avvenisse, abbagliato dai milioni di euro per compensazioni ambientali riversate nelle casse dei comuni.

Un territorio dove le percentuali di mortalità e morbilità per neoplasie all’apparato respiratorio, per leucemie e linfomi e quant’altro sono al di sopra delle medie regionali e nazionali e dove, a fronte del ricatto occupazionale utilizzato per sponsorizzare questi impianti veleniferi, la disoccupazione supera il 30 per cento. Sono sufficienti questi pochi dati per comprendere quali siano le conseguenze del vivere nel raggio di azione di una servitù energetica, figuriamoci a carbone.

Ci si sente ripetere che la politica si deve misurare con la vita reale dei cittadini. Ebbene le vite reali e materiali dei cittadini in questo territorio, come in tanti altri dove Enel ha insediato i propri impianti energetici, “rientrano” in quelle percentuali di mortalità e morbilità per tumore bronchiale e pleurico, per asme e allergie o per insufficienza renale cronica. Tutti aspetti sui quali è palesemente e colpevolmente lacunosa la Valutazione di Impatto Ambientale, come dichiarato a suo tempo dal ministero dell’Ambiente e da quello della Salute.

Vite materiali su cui la riconversione a carbone, falsamente definito “pulito”, sta riversando tonnellate di veleni. Ma il vero partito del No non sono i territori che si contrappongono a scelte dissennate, ma quegli stessi che ci definiscono così. Sono loro in quanto partito del No alla vita, partito trasversale della “rinuncia”.

Nell’estate del 2012 Civitavecchia balza agli onori della cronaca Nazionale, con le dichiarazioni del neo sindaco Tidei,” che minacciava entro agosto la chiusura della centrale Enel”. Le dichiarazioni sono lanciate affinchè Enel intenda, visto l’approssimarsi della convocazione della conferenza dei servizi per il rinnovo dell’AIA, dove il sindaco del comune ospitante, l’unico in grado di chiudere l’impianto per tutelare la salute.

Così dopo il caso dell’AIA rilasciata all’Ilva arriva il turno dell’impianto a carbone di Civitavecchia.

La conferenza dei servizi si è tenuta il 12 Marzo 2013, precedute da ulteriori dichiarazioni ultra ambientaliste del Sindaco Tidei, che ripeteva alle associazioni ambientaliste di aver fatto proprie le prescrizioni sottoscritte da migliaia di cittadini in una petizione popolare, consegnata prima della conferenza.

I dati Enel dimostrano che la centrale di TVN di Civitavecchia con i suoi tre gruppi a carbone emette in atmosfera, ogni anno 2100 t/a di SO2, 3450 t/a di NOx e 260 t/a di polveri, questo è l’inquinamento massiccio che la conferenza dei servizi andrà a discutere, che la delegazione dei Medici e Tecnici del Movimento non coke Alto Lazio chiederà di abbassare, con l’adeguamento dell’impianto alla normativa europea.

Sarà ricordato inoltre che nel “Rapporto 2011”, pubblicato dall’Osservatorio Ambientale per Torrevaldaliga Nord della Regione Lazio, “La popolazione residente nel solo comune di Civitavecchia nel periodo 2006-2010 presenta un quadro di mortalità per cause naturali (tutte le cause eccetto i traumatismi) e per tumori maligni  in eccesso di circa il 10% rispetto alla popolazione residente nel Lazio nello stesso periodo. Tale eccesso viene confermato tra gli uomini residenti nell’area allargata”.

La delegazione, in audizione pre-conferenza ha trasmesso ai membri della commissione, le osservazioni con le criticità al parere istruttorio, insieme allo studio commissionato da Greenpeace a SOMO, istituto di ricerca indipendente no profit, i cui dati sono stati riconosciuti come conformi alla realtà dal Tribunale di Roma, dove si evidenzia che “la produzione termoelettrica a carbone di Enel è causa, in Italia, di una morte prematura al giorno e di danni al Paese stimabili in circa 2 miliardi di euro l´anno; mentre in Europa quella stessa produzione causa quasi 1.100 casi di morti premature l´anno e danni per 4,3 miliardi di euro.”

 

-        I cittadini chiedevano l’inserimento delle prescrizioni sui i limiti emissivi di  50 mg/Nm3 per il monossido di carbonio, risultato ottenibile applicando le Migliori Tecniche Disponibili individuate dall’Unione Europea;

-        l’utilizzo di carbone con contenuto di zolfo inferiore allo 0,3% come previsto dal Piano di Risanamento della Qualità dell’aria della Regione Lazio;

-        il mantenimento della capacità produttiva e del consumo di materie prime come dichiarati nel 2003 in sede di prima autorizzazione, in sintesi: un massimo di 6.000 ore all’anno di funzionamento a pieno regime e 3.600.000 tonnellate di carbone;

 

Oltre il danno anche la beffa! La conferenza ha accolte tutte le pretese di Enel ad esclusivo beneficio del conto in banca degli azionisti e la centrale, solo per citare alcuni dati, potrà funzionare al massimo carico per 7.500 ore all’anno (312 giorni invece che i 250 dichiarati nel 2003), bruciare 4.500.000 tonnellate all’anno di carbone (quindi 900.000 tonnellate in più di quelle previste), utilizzare carbone con percentuale di zolfo fino ad oltre tre volte superiore a quella consentita dal Piano Regionale di Qualità dell’Aria, emettere una quantità massima di 120 mg/Nm3 di monossido di carbonio – quindi ben più del doppio della quantità attesa con l’utilizzo delle Migliori Tecniche Disponibili, mantenendo invariato il limite annuo consentito di emissioni di anidride solforosa (2.100 tonnellate) e ossidi di azoto (3.450 tonnellate).

Il sindaco Tidei, ha svilito il potere/dovere conferitogli dal R.D. 27 luglio 1934 n°1265, ha prescritto unicamente l’abbassamento della quota massima di emissioni delle polveri, portandola a 160 tonnellate/anno dalle 260 previste finora, proponendo una riduzione, peraltro l’unica sulla quale l’Enel si era dichiarata disponibile a trattare, di carattere più che altro scenografico, se solo si considera che l’intero impianto a pieno regime nel 2011 ha prodotto – sempre secondo i dati  rilevati dall’Enel e approvati dalle autorità competenti – un totale di 55 tonnellate di polveri, ovvero circa un terzo del limite che il sindaco ha “imposto”, con “severità” memorabile, nella conferenza dei servizi.

Per quanto riguarda la fissazione del 2034 come data di chiusura dell’impianto (anche qui nel pieno rispetto delle indicazioni di Enel sul ciclo di vita della centrale), qualsiasi persona mediamente dotata di buon senso non possa che considerarla, più che una prescrizione, una profezia da cartomante.

Rimane veramente grave, che il Sindaco, ma anche gli altri enti rappresentati in Conferenza dei Servizi, abbiano perso un’importante occasione per ridurre il carico inquinante sul nostro territorio che già cosi pesantemente sta pagando gli effetti degli oltre 50 anni di servitù energetica ma ancor più grave che si spacci come vittoria storica l’accettazione passiva della maggior parte delle richieste ENEL.

Accettazione che, invece, faciliterà le trattative sulle compensazioni economiche che il Comune sta conducendo con l’ente elettrico e che passano, ancora una volta, sulla pelle e la  salute della popolazione di Civitavecchia e dell’Alto Lazio.

Movimento No Coke Alto Lazio

 

 

 

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